Sedici anni

L’io che ero io a sedici anni
io dico: era, è stato.
E vide, crebbe, disse.
E tutto è dentro me,
ov’è uno spazio grande
adatto per il gioco.
E lui ci gioca a rimpiattino:
fa smorfie, si sottrae.
Minuscolo se n’esce
da uno sbuffo del paltò.
Cigliato protozoo.
Millepiedi incapsulato.
Ben leggibile mi tocca
e durevole nell’ambra
il cartiglio con su scritto
HAI TRADITO.

Giovanni Turra (Mestre, 1973), dal libro inedito Con fatica dire fame (poesie sparse 2005-2011)


Il presente che ci resta

Come evasi senza ragion veduta, in fila
lungo la sorte sino alle montagne: sottrarsi
alla propria terra per la sola carne riassumeva il motivo

il convoglio, senza custode ognuno
che non l’occhio indietro a dilavare la strada fatta.
La sola parola ripetersi scandiva l’insieme unendo

dalla perdita presente alla trama a venire, noi siamo dove?

Fabiano Alborghetti (Milano, 1970), da L’opposta riva (Lietocolle, 2006)