Al parchetto dell’autostazione

Tutto è bello,
mi dici entrando al parchetto
dell’autostazione,
mio dolce uccelletto, anche se
il dromedario di legno è scassato, lo scivolo
è arrugginito, il percorso ondulato d’assito
in più punti è sdentato, l’intero settore
che doveva essere musicale
con l’altalena sonora, il simil-pianoforte d’acciaio a pedale,
è guasto, non funziona più niente, i vandali
si sono portati via le manovelle che azionavano
l’organo pneumatico al centro del piazzale, qualcuno
ha otturato col chewing-gum
la trombetta sospesa, a soffiarci
ora emette uno strido lamentoso, nasale –
ci veniamo
al mattino, anche se non c’è mai nessuno,
in altre ore pare sia meglio
stare alla larga: zona di spaccio, si dice
e si vede a un tratto da certi
movimenti loschi, bruschi assembramenti e scatti, scambi, sotterfugi
dalla parte delle altalene: del resto anche di buonora
all’incrocio vicino, stretta in tubino, s’è vista
sostare in assetto professionale più di una “signorina” –
ma ci veniamo
volentieri, anche solo per una mezzoretta – ogni strumento
benché rovinato, ogni gioco
benché rotto o proprio perché
rovinato, perché rotto, ogni panchina
imbrattata apre ad usi impensati, scaturigini
ignorate del senso – e ti basta
per centuplicare palmo a palmo la negletta porzione
che il mondo, la città dichiara di serbare
ai suoi cuccioli, ai suoi puri futuri:
che si arrangino – completo in silenzio

Paolo Donini (Modena, 1962), inedito

-consigliato da Emilio Rentocchini


Io non riesco

Io non riesco 
a ricordare il canto; e questa terra 
senza di me, prima di me. Le luci 
la voce la strada. Il bacio l’abbraccio 
la penetrazione mani urlo 
questa festa che comincia e non è data mai 
terra senza di me, dopo di me. Ci sono state 
grotte, torri, civiltà. Ma bisogna 
arretrare ancora; bisogna cercare. Stare 
nei muscoli addome contratto a spinta 
il passo prima. Nascere non è 
generare; oggi bisogna dare 
vita alla vita. 

Tommaso Di Dio, da Tua e di tutti (Lietocolle-Pordenonelegge, 2014)