T’amo con la precisione dell’acqua

T’amo con la precisione dell’acqua
quando rapida scorre nella gola
senza mai sfiorare il danno dell’aria
nel verso soffocante del respiro.

Domenico Arturo Ingenito (Vico Equense, 1982), da Per camminare rapidi sulle acque (Ladolfi, 2012)


Sedici anni

L’io che ero io a sedici anni
io dico: era, è stato.
E vide, crebbe, disse.
E tutto è dentro me,
ov’è uno spazio grande
adatto per il gioco.
E lui ci gioca a rimpiattino:
fa smorfie, si sottrae.
Minuscolo se n’esce
da uno sbuffo del paltò.
Cigliato protozoo.
Millepiedi incapsulato.
Ben leggibile mi tocca
e durevole nell’ambra
il cartiglio con su scritto
HAI TRADITO.

Giovanni Turra (Mestre, 1973), dal libro inedito Con fatica dire fame (poesie sparse 2005-2011)


Il presente che ci resta

Come evasi senza ragion veduta, in fila
lungo la sorte sino alle montagne: sottrarsi
alla propria terra per la sola carne riassumeva il motivo

il convoglio, senza custode ognuno
che non l’occhio indietro a dilavare la strada fatta.
La sola parola ripetersi scandiva l’insieme unendo

dalla perdita presente alla trama a venire, noi siamo dove?

Fabiano Alborghetti (Milano, 1970), da L’opposta riva (Lietocolle, 2006)


Cuci una foglia vicino alle parole, cuci le parole tra loro

Cuci una foglia vicino alle parole, cuci le parole tra loro, guarda una foglia come viene soffiata lontano.

Il tempo mentre scriviamo vola, noi moriamo a noi stessi mentre intorno cresce la vita e la realtà s’addensa, s’intreccia, diventa una radice che sale fino a un tronco e ridiventa foglio.

Da sempre mi mancano le parole e io ne ho nostalgia.
Per questo cucio, cucio, cucio.

Antonella Anedda (Roma, 1958), da Salva con nome (Mondadori, 2012)


Semplice la fine

Non ci sono: ho raggiunto il tono labile, la trasfusione
di pensati, concetti esatti che tu passasti alle mie labbra
un bacio, un’emulsione di pellicola e la messa a fuoco
perfetta dell’immagine, anamorfica del buio che fosti
abile a raddrizzare: insieme in cima a respirare mosti
a vento, l’infinito non è che accostamento di spezzoni,
la scelta non casuale di contrasti, variazioni di stupore all’ora
in cui ritorna il tempo, declinato astratto, senza sentimento;
il cuore (tu lo dici) è solo la versione precedente di un contratto
asintattico, scritto calligrafico (come scrivi bene, mi dicesti);
e la tua guancia affiora dal cuscino ancora intriso
di primo tentativo, sfondo cielo, inviso – vivo – gelido
di luce olivo chiara come ci apparvero i paradigmi
delle distanze lunghe, pomeriggi in fondo al sole, muri
screpolati, infiggersi d’avventi attese: come
mi guardavi, partendo. Una leggenda di silenzio.

Vorrei vederti scendere le scale sola, nel crocicchio
di questi capodanni. Ce l’avranno i freddi di qualsiasi
stagione uno scalino che ne ferma la discesa.
Com’è semplice la fine, la sua accoglienza.

Massimo Orgiazzi (Torino, 1973), da Reliqua realia (Lampi di stampa, 2009)


BULOS DI PAÎS

E fasevin dispiets
e cjolevin pal cûl, e ufindevin
e dopo e disevin:
“La prossime che tu fasis
tu âs finît par simpri”.

Nol ere tant temp che ere
muarte me mari,
che mi vevin menât
parfin tal simitieri
a fâ la prove di coragjo
cul mostro Cernazai.

Cumò co ai cuarant’ains
mi metarès a ridi
ma in chê volte o eri
frut e no capivi.
Usât a sei colpevul
dal cancar di mê mari, fossial
stât nome chel…

Par dî la veretât
o eri trascurât e o fasevi
el stupidel par vê un pocje
di atension, un estro
di cjatâ o par dismenteâ
e la int ûr crodeve
co fos io el menoât
e ur crôt ancie cumò.

Però, insomp de storie
cun dute che borie

ce sono deventâts?

Maurizio Benedetti (Berna, 1968), da Bionda salamandra e altre poesie (Kappa Vu, 2010)

 

Bulli di paese

E facevano dispetti
e prendevano in giro, e offendevano
e dopo mi dicevano:
“La prossima che fai
tu hai finito per sempre”.

Non era passato troppo tempo
dalla morte di mia madre,
che mi portarono
perfino al cimitero
a fare la prova di coraggio
con il mostro Cernazai.

Adesso che ho quarant’anni
quasi ne sorrido
ma allora ero
bambino e non riuscivo a capire.
Abituato a sentirmi colpevole
del cancro di mia madre, e fosse
stato soltanto quello…

Per dire la verità
ero trascurato e facevo
lo stupido per avere un po’
di attenzione, una fantasia
da trovare o per dimenticare
e la gente credeva
che fossi io il ritardato
e lo crede ancora.

Però, in fondo a questa storia
con tutta la loro boria

cosa sono diventati?

 


Simili

Uguale al treno, quando
tanti scendono e poi, soli, si sale.
Al centro della vita
restano i vestiti e le piante
che precedono i pensieri.
Si sostituiscono alle occasioni
le belle strade.
Resta l’obbligo di dare
precedenza agli incroci
tra i volti, sfollare la memoria

Alberto Cellotto (Treviso, 1978), da Pertiche (La Vita Felice, 2012)