Forse ho imparato che nulla

Forse ho imparato che nulla
può spingerti fuori da questi confini.
Occorre dunque aderire al disegno,
obbedire ma con fierezza,
essere eroicamente parte che non si afferma.
Come tutti questi volti goffi
che ti stanno attorno, dappertutto,
e che non hanno un destino diverso.
Nella necessità, anonimi,
un attimo di gioia li ravviva,

li fa brillare senza volto, senza distinzione
oltre l’angoscia di sé,
del proprio quotidiano sfarsi e perdersi.

 
Maurizio Cucchi (Milano, 1945) da La luce del distacco (Mondadori, 1997)


L’oru di me pari

Me pari al va a sgarfà
di matina bunora
tal ciamp da li’ vansadìssis,
in duà che la zent
a dismintiea pinsèirs
di fiar, plastica lenc incarulìt.
Ulì al sercia, cun deis
di sbissa ingrispada
‘na sclesa di vita;
‘na roda di bicicleta,
un vasùt di veri, un lustri
inciamò bon.
Cussi, cun chel puc
di oru ulì
al crot
di tornà a fà sù
il mont
che ator-ator di lui
al va in slanìs…

Giacomo Vit (San Vito al Tagliamento, 1952), da Sòpis e Patùs (Edizioni Cofine, 2006)

L’oro di mio padre Mio padre va a rovistare / al mattino presto / nel campo delle immondizie, / dove la gente / dimentica pensieri / di ferro, plastica, legno tarlato. / Lì cerca, con dita /di biscia raggririzita, / una scheggia di vita: / una ruota di bicicletta, / un vasetto di vetro, un fanale / ancora funzionante. / Così con quel poco / di oro / crede / di ricostruire / il mondo /che attorno a lui / va sfacendosi…