Eppure di certo lo sapevano / la poesia alle elementari

Eppure di certo lo sapevano
che il pero è delicato che s’ammala
in fretta se non ci badi che la frutta
che peccato lasciarla da sola
potare tentare l’innesto si fa presto
a morire ma poi il resto? Il frutteto
abbandonato s’è ammalato
non dà frutti nessuno lo cura
dove sono tutti?

 

Azzurra D’Agostino (Porretta Terme, 1977) da Canti di un luogo abbandonato (Anonima Impressori, 2013)

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L’Italia (è un melograno)

Io in vita mia ho comprato e trapiantato un unico albero
un melograno
ho scelto un angolo del giardino
da dove si vede la ghiera dei monti
dal San Gabriele fino al Nanos
quella cresta è stata Italia e Jugoslavia e poi Slovenia
è stata terra dolorosa e di rancore

i confini dovrebbero essere come gli orizzonti
quando ti muovi si muovono anche loro
se ti fermi si fermano con te
ma ti fanno sempre sentire al centro esatto del mondo

e patria è dove
un uomo pianta un melograno
e può aspettare di mangiarne i frutti

Francesco Tomada (Gorizia, 1966), da Portarsi avanti con gli addii (Raffaelli, 2014)


Sono questi travi color miele

Sono questi travi color miele
quando ci siamo entrati qui
e abbiamo risposto che
ci piaceva;

e non pesava se si sentivano
le macchine dalla statale
se si sentiva il treno:
a quel se se abitua
e dopo se dorme ben
se dorme come esser putei
nel sedile posteriore
mentre papà guida
fino a casa

e non contava se dal terrazzo
lo sguardo si arrampicava
fino alla vetreria sconfinata e grigia.

Sono questi travi color miele
guardali bene panciallaria:
sono le costole della balena
pensiamo stratagemmi
per convincerla a
farci restare
che ci tenga lontano
dallo sfiatatoio.

Sono questi travi color miele
quando ci si mette sul divano
a guardare su
si vedono ancora le impronte
delle scarpe antinfortunistiche
degli operai

– mi dicevo –

operai bastiancontrari
che camminano testa in giù
sangueallatesta
proviamoci anche noi
a guardarlo
dall’altra parte
questo mondo

 

Piero Simon Ostan (Portogruaro, 1979), da Pieghevole per pendolare precario (Le Voci della Luna, 2011)

 


Podría perfectamente suprimirte de mi vida

Podría perfectamente suprimirte de mi vida,
no contestar tus llamadas,
no abrirte la puerta de la casa, no pensarte,,
no desearte, no buscarte en ningún lugar común y no volver a verte,
circular por calles por donde sé que no pasas,
eliminar de mi memoria cada instante que hemos compartido,
cada recuerdo de tu recuerdo,
olvidar tu cara hasta ser capaz de no reconocerte,
responder con evasivas cuando me pregunten por ti,
y hacer como si no hubieras existido nunca,
Pero te amo

Darío Jaramillo Agudelo (Santa Rosa de Osos, 1947), da Poemas de amor (El Áncora, 1986)

Potrei perfettamente escluderti dalla mia vita,
non rispondere alle tue telefonate,
non aprirti la porta di casa,
non pensarti, non desiderarti,
non cercarti nei posti comuni e non rivederti più,
girare per le strade dove so che tu non passi,
eliminare dalla mia memoria ogni istante condiviso con te,
ogni ricordo del tuo ricordo,
dimenticare il tuo viso fino al punto di non riconoscerti,
rispondere evasivamente quando mi domanderanno di te
e fare come se tu non fossi mai esistita.
Però ti amo.

Traduzione Martha Canfield (filidaquilone.it)


Cossa vustu che te diga, Portogruaro

Cossa vustu che te diga, Portogruaro
tera marsa, mi te amo
che vol dir che te me fa morir
che a forsa de dai e dai sul liston
me son frugà i pie, ‘l cuor e ‘l sarvel
a spetar che vignisse su
‘na robuta quaunque da ti
tera marsa, desmentagada
che no la serve se no par pianser.
Te mancarà e man de me nona
i so grossi dei come gropi e duri
che te li ficava drento in senocioni
su la cuiera, col soriso tai oci,
te mancarà i so fondi de cafè
e le scorse dei ovi che te mis-ciava
tuto ‘l pastrocio che a faseva
par farte pì grassa e pì bea.

 

Giacomo Sandron (Portogruaro, 1979), da Cossa vustu che te diga (Samuele Editore, 2014)

Cosa vuoi che ti dica, Portogruaro / terra marcia, io ti amo / che vuol dire
che mi fai morire / che a forza di andare su e giù per la piazza / ho
consumato i piedi, il cuore e il cervello / aspettando che germogliasse / una
piccola cosa qualunque da te / terra marcia, dimenticata / che non serve a
nulla se non a piangere. / Ti mancheranno le mani di mia nonna / le sue
dite grosse come nodi e dure / che ti affondava dentro in ginocchio / nell’orto,
col sorriso negli occhi, / ti mancheranno i suoi fondi di caffé / e i gusci delle
uova con cui ti impastava / tutto il pastrocchio che combinava / per farti più
grassa e più bella.


mischiano angelo e primula

              a Ida Vallerugo

mischiano angelo e primula
le api coi camini
gli aranci
mischiano merlo e vento
tolgono squame ai pesci
l’odore delle case
dicono è sceso
col cielo basso
l’altezza dei boschi
a bruciare
mischiano stelle e bambino
mischiano il cortile con le mele
raccoglieranno l’albero l’uccello
l’acqua
mischieranno nido ghiande neve
al collo avranno campanelli
il vecchio rabbi con le vecchie parole
e la voce montagna
dicono che ora tace
ha lanciato il sasso alla finestra
si è sparso nei vetri il mondo.

 

Nadia Agustoni (Gibellina, 1964), ne Il Segnale N. 96 – 2013


A un topo / la poesia alle elementari

Benvenuto, topo
nella mia casa
paziente, notturno
pacifico ladro
Ti sento frugare
la mia legna, il mio cibo
sono per te un re
potente e magnanimo
con miniere di briciole
Ti lascerò sul comodino
un ditale di vino

 

Stefano Benni (Bologna, 1947), da Prima poi l’amore arriva (Feltrinelli, 1981)