Alberto Garlini consiglia “Cara poesia, se tu vuoi venire vieni” di Claudio Damiani

Cara poesia, se tu vuoi venire vieni,
se non vuoi venire non vieni,
fa’ come fossi a casa tua,
con me devi fare così;
solo, non posso io non venire qui
monte, e non posso non ammirare le tue spalle
e non posso non respirare, qui, la tua aria
che mi nutre e senza la quale
non potrei vivere,
non posso non respirare i tuoi colori
che ti circondano, come vestiti
sempre diversi,
e sentire l’odore delle tue piante, e della tua terra,
e con la mano sentire calda
la tua pietra, come testa d’un bimbo.


Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), da Il fico della fortezza (Fazi, 2012)

 

Il cantico di frate sole venne scritto da Francesco d’Assisi mentre soffriva degli indicibili dolori che lo avrebbero portato alla morte. Nella difficile realtà disgregata della malattia, Francesco vedeva il trionfo della vita in dio, e nelle sue creature. Sole, acqua, fuoco sono nel cantico come il monte, le piante, la terra, la pietra e la testa di un bimbo nella poesia di Claudio Damiani. Bellezza pura e necessaria. Ma bellezza che a differenza della poesia del santo possiede sia tratti panteistici che di fuga. Fuga da un mondo disgregato, che purtroppo ritrova il miracolo della natura e della bellezza quasi come salvezza quotidiana e non come normale possibilità di vita.

Alberto Garlini


Pierluigi Cappello consiglia “Vicinato” di Yang Lian

Affidarsi significa prestare fede in qualcosa. E per il poeta che ho scelto è un atto più che mai necessario perché non sono in condizione di dirvi quanto e se siano ingenti le perdite della traduzione. Dunque, per questo autore, sono costretto a prestare fede alla traduttrice, tanto più che egli individua nella refrattarietà alla traduzione il valore di ogni buona poesia. Vi sto parlando di Yang Lian, nato a Berna nel 1955 da una coppia di funzionari d’ambasciata, cresciuto a Pechino, e, da quando ha pubblicamente condannato le scelte repressive del governo cinese dopo i fatti di Piazza Tian’anmen, esule e cittadino del mondo. Ho conosciuto il suo lavoro l’anno scorso, quando ha vinto il premio internazionale Nonino. La poesia che ho scelto è tratta da “Dove si ferma il mare” Scheiwiller, 2004, a quanto ne so l’unica traduzione in volume pubblicata in italia, se si esclude un’antologia Einaudi, in cui è in compagnia di altri protagonisti della poesia cinese contemporanea. A me Yang Lian piace molto perché è capace di unire una visionarietà antichissima e un taglio occidentale, paradossalmente razionale. Ne risultano poesie che sono sogni lucidi, precisi come lo scatto di un otturatore. Eccovene l’ esempio:

Vicinato (4)

una poesia dei vivi è quanto di più vicino ai morti
una possibile tomba nascosta in cielo
come un’impossibile soffitta        chiude a chiave nella polvere
un ragno o una mosca
i cadaveri sono scatole intagliate che i fantasmi prenotano per abitarvi
aspettando che la mia mano       quando si apre lasci impronte
il topo della scala appena calpestato ritorna in vita

luce risvegliata cent’anni fa
che con stridule grida    taglia via l’ombra della fantasia del poeta
una nuvola in piedi sulle tegole
abituata a decomporsi in caviglie grigiastre
declama quanto di più vicino ai vivi
e come reliquie che rovistano fra le mie dita
esibisce     la vergogna che ogni uomo dovrebbe sentire

Yang Lian (Berna, 1955), da Dove si ferma il mare (Scheiwiller, 2004)