Italo Testa consiglia Jude Stefan

Mars

          salut printemps
         en fleurs nous nous ruinerons
comme vieillard couché dans son lit d’enfance
la chambre et la nuit répéteront sa tombe
en train de rédiger un poème à l’imitation de soi
au matin les tulipes ouvertes
j’ai donné mes biens 
ne hante plus la femme
j’attends le mieux,
finir ses jours

Jude Stefan, À la vieille Parque précédé de Libères, poésie (Gallimard, 1989).

Marzo

salve primavera
in fiore noi ci rovineremo
come un vecchio disteso nel suo letto d’infanzia
la camera e la notte ripeteranno la sua tomba
redigendo un poema a imitazione di sé
al mattino i tulipani aperti
ho donato i miei beni
la donna più non ossessiona
attendo il meglio,
finire i propri giorni

(tr.. it. di. Italo Testa)

 

Una poesia di Jude Stefan, il più grande poeta francese vivente, tradotto negli anni settanta da Sergio Solmi, amato da Zanzotto, oggi praticamente scomparso dall’orizzonte culturale italiano. Il sesso, la morte, un senso vivo della lingua, un attraversamento verticale della tradizione e della contemporaneità, l’ossessiva esplorazione formale, un’inesausta febbre vitale: con la sua misura breve, instabile, “Marzo” è un perfetto esempio della poesia di questo ‘poeta segreto’ (Italo Testa).


Giulia Rusconi consiglia Anna Maria Carpi

LAGHI E LAGHI senza l’altra sponda,
boschi d’inverno fragili schiomati
come teste di vecchio e poi la neve
e lacrime di ghiaccio alle tettoie.
Le poche case accenti circonflessi.
Un piccolo nel mio scompartimento
fa merenda e gioca con l’orsetto
con davanti la madre
che guarda fuori e il padre col giornale,
tutto è fidato e tutto è famigliare.
Essere lui, poter ricominciare.

 

Anna Maria Carpi (Milano, 1939), da E tu fra i due chi sei (Scheiwiller, 2007)

 

Anna Maria Carpi ha una sua personalissima voce, da sempre, dal suo esordio con A morte Talleyrand (Campanotto, 1993) fino alla sua ultima opera, uscita l’anno scorso per Transeuropa, Quando avrò tempo. È la sua una voce che raccoglie diverse ossessioni e alcuni luoghi che tornano. Anche nel testo che propongo, dal treno su cui ci fa viaggiare, vediamo un paesaggio nordico e freddo, da brividi, che ci porta forse in Germania, luogo d’elezione per la Carpi traduttrice dal tedesco e profonda conoscitrice della letteratura di lassù. Ed è poi nel calore dello scompartimento, dove ‘si fa casa’, dove si sta insieme tra ‘compagni corpi’, che esplode con una gentilezza disarmante un assillo che sempre batte nei testi della Carpi: lo sgomento di avvertire il tempo passare, la giovinezza che si allontana, la vecchiaia (e la morte) a un passo, la trappola dello stare in vita da cui non si può scappare. E la malinconia struggente di immaginarsi di nuovo bambini a godere di una pace che non può più tornare. (Giulia Rusconi)


Luigi Socci consiglia Hans Magnus Enzensberger

Canto secondo

L’urto fu lievissimo. Il primo radiogramma:
Ore 00.15. Mayday. A tutte le navi. Posizione 41°46’ Nord
50°14’ Ovest. Favoloso quel Marconi!
Un ticchettio nel cranio, nel padiglione auricolare, senza fili
e da lontano, da tanto lontano – più lontano di mezzo secolo!
Niente sirene, niente campanelli d’allarme, solo
un discreto battito alla porta della cabina,
un tossicchiare in salotto. Mentre sotto
l’acqua sale, lo steward aiuta
un anziano signore dolorante, settore macchine utensili
e metallurgia, ad allacciarsi le stringhe sul ponte D.
Coraggio! Bando alla fatica, signore mie,
al galop! grida il maestro di ginnastica, Mr. Mc Cawley,
impeccabile come sempre nel suo completo di flanella beige,
da un’estremità della palestra in boiserie. Silenziosi dondolano
i dromedari meccanici avanti e indietro.
Nessuno sospetta che l’indefesso ha mal di pancia,
che non ce la fa a nuotare, che è spaventato.
John Jacob Astor invece squarcia con la limetta
un salvagente e fa vedere alla moglie,
che nasce Connaught, quel che c’è dentro
(presumibilmente del sughero), mentre avanti
nella stiva sgorga un fiotto spesso come un braccio,
e glaciale gorgoglia sotto i pacchi postali e nelle cucine
s’infiltra. Wigl wagl wak, suona l’orchestra
in uniforme nivea, my monkey:
un potpourri da “The dollar princess”.
Via! Tutti al Metropol! Berlino, com’è viva e vegeta!
Solo in basso, là dove, come sempre, si capisce per primi,
bauli bebè e federe scarlatte si arraffano
in fretta e furia. La terza classe
non conosce l’inglese né il tedesco, una sola cosa
non gliela deve spiegare nessuno:
che tocca prima alla prima classe,
che non c’è mai abbastanza latte e mai abbastanza scarpe
e mai abbastanza spazio nei battelli per tutti.

(1978)

(Trad. di Vittoria Alliata)

Hans Magnus Enzensberger (Kaufbeuren, 1929), da La fine del Titanic (Einaudi, 1980)

 

 

Perché

Innanzitutto perché, a parere di chi scrive, l’ottantacinquenne poeta tedesco è semplicemente il migliore tra quelli ancora in circolazione. E poi perché, a fronte di un’ emorragia di lettori che affligge il genere poetico a livello ormai globale, Enzensberger sceglie la strada più impervia,  rilanciando rischiosamente e, nell’alzare la posta, si gioca la carta più apparentemente desueta e impraticabile: quella dell’epica. E lo fa sulla scorta di Dante (l’opera consta di 33 poesie-canti e si fregia del sottotitolo di “commedia”) rileggendolo con sensibilità moderna e dunque, al fondo, ironica ma riuscendo ad attingerne la lezione plurilinguistica, le straordinarie capacità plastiche e descrittive, la mescolanza di alto e basso, di tragico e comico, della dimensione grottesca con quella sublime, di autobiografismo e riflessione politica fino al traguardo ambizioso dell’allegoria. In un’epoca di perdita di importanza, di incisività e di influenza della scrittura in versi, Enzensberger risponde con un’opera importante, incisiva e influente a tal punto da lasciare segni indelebili in arti ben più popolari come il cinema (il Titanic di James Cameron) o la musica pop (quello di Francesco De Gregori) senza pretese di superiorità né, tantomeno, complessi di inferiorità. E scusate se è poco. (Luigi Socci)


Giacomo Vit consiglia Valerio Magrelli

Giungla d’asfalto

Vagano nella notte
vasti gli autobus,
anime in pena,
scrigni di luce pallida,
tremanti, vuoti, utili
soltanto a chi è lontano,
avanti e indietro
sempre legati a una linea
di dolore
e lasciano salire ad ogni sosta
un sospiro
che sembra una preghiera.

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Nature e venature (Mondadori, 1987)

 

La poesia diventa “magica” quando descrive un oggetto e lo trasforma in qualcosa di diverso, al punto di apparirci nuovo, come se si vedesse per la prima volta. Ecco allora che gli autobus non sono più gli usuali mezzi di trasporto che incontriamo tutti i giorni, ma diventano “scrigni di luce pallida”, “anime in pena”, e sono “tremanti”… Diventano metafore, simboli di qualcos’altro, forse il destino dell’uomo, fatto di partenze, fermate intermedie e capolinea…
Il testo è ricco di figure retoriche, e quel che colpisce il lettore (provate a leggere ad esempio gli ultimi quattro versi ad alta voce) è la rete sonora che lo impreziosisce, attraverso allitterazioni e rime di vario tipo, che ognuno potrebbe divertirsi a individuare. (Giacomo Vit)


Giovanna Frene consiglia Marco Giovenale

Le feritoie (duomo, Alba) loro
segnano: mattina.
Agli stalli (al coro) sono
gli intarsi arancio
e di piazze vuote e di fontane; rive e frutta
sono altre
meridiane – mute. Donne
dominate dai
grani che falciano
loro

 

 
Marco Giovenale (Roma, 1969), da Delvaux (Oèdipus 2013)

All’interno della raccolta Delvaux – pubblicata da Marco Giovenale sapendo di avere la testa già fuori del Novecento, e dunque intenzionalmente “come in una data forma” novecentesca, quella stilisticamente propria del poeta – spiccano una serie di poesie incentrate sull’emblema, rappresentazione che di per sé reduplica quello che è la caratteristica maggiore del poeta: la descrizione. La modalità assertiva di questo testo, che appartiene più alla percezione che non all’espressione di ciò che si vede (ne siano esempio per tutto il testo i versi 1-2, che in una successione di giustapposizioni indicano luogo, edificio, parti dell’edificio – queste ultime non a caso reduplicate nel pronome “loro” –, ora del giorno – anche qui reduplicata come meridiana e come cronologia), si arricchisce appunto della valenza dell’emblematicità: il corpo della cattedrale è esso stesso oggetto ed emblema, ossia viene descritto e contiene descrizioni, come gli intarsi del coro rappresentanti piazze e fontane di un altro tempo ormai muto, o come le figurine delle donne oranti, al suo interno, dominate in circolo da ciò che esse stesse scongiurano (la morte), ma allo stesso tempo statici emblemi di antichi lavori nelle vetrate medievali. (Giovanna Frene)


Dina Basso consiglia Edoardo Zuccato

La lüs da bon cumand l’è un gran pitur
e la fa gió ritratt par tücc
a dumandàgh in daa manera giüsta
da lassà chì un retàngul da ricord.

Ma ti la machina vérdala no
’me i urévas i cassett di bisgiù;
pütòst pensa ai lastron da prea liscia
temé i lastar di foto che i geolugi
tiran föra ien da fossil, i pess
ca pâr di frasch ei frasch di pess,
e tütti insema hinn diventâ di sass
sü chì futugrafij c’ha faj ul scür.

Oh busch, oh mar di mort, mai mort dal tütt,
se i piant da prima hinn diventâ da sass
e sass e tera hinn diventâ di piant,
l’è ’l ciel ca l’è sen’ drê futugrafà
ul mar o ’l mar ca ’l futografa ’l ciel
temé ’l nagótt l’è ’l negativ dul mond
e dul nagótt ul negativ l’è Diu?

Edoardo Zuccato (Cassano Magnago, 1963),  da I bosch di Celti – Il bosco celtico (Sartorio edizioni, 2008)

La luce generosa è un gran pittore / e fa il ritratto a tutti / se lo si chiede nel modo giusto / di lasciarci un rettangolo di ricordi. // Ma tu non aprire la macchina fotografica / come gli orefici gli scrigni dei gioielli; / piuttosto pensa ai lastroni di pietra liscia / come lastre fotografiche che i geologi / estraggono piene di fossili, i pesci / che sembrano foglie o le foglie che sembrano pesci, / tutti quanti pietrificati / su quelle fotografie fatte dal buio. // Oh bosco, oh mare dei morti, mai morti del tutto, / se le piante di prima diventarono pietra / e pietra e terra diventarono piante, / è il cielo che non smette mai di fotografare / il mare o il mare che fotografa il cielo / come il nulla è il negativo del mondo / e del nulla il negativo è Dio?

Edoardo Zuccato è un poeta che scrive in dialetto altomilanese; propongo di leggerlo perché, a mio parere, è un dei pochi che riesce a dire tutto col dialetto: il reale, l’astratto, l’irreale e l’invisibile, sempre scrivendo testi composti, compiuti. Non è una cosa semplice, perché il dialetto, seppure possa dar voce ad ogni aspetto della vita, nasce inevitabilmente dalla concretezza, ed è facile che si resti imbrigliati in una poetica del “quotidiano forzato”. La poesia che ho scelto inanella interrogativi enormi e quasi indicibili, ma parte dalla certezza che il legame tra morte e vita accomuni tutti gli esseri. Non sappiamo se questo destino collettivo possa dirsi illuminato dal nulla o dalla luce di Dio; ma possiamo continuare a interrogarci in merito, provare a scrivere belle poesie. (Dina Basso)


Francesca Serragnoli consiglia Daniele Mencarelli

Avevo un pavimento da lavare
io che prendo tutto come una missione
anche questo lavoro da tanti disprezzato,
affrettai ancora di più la marcia
sul corridoio di marmo lucidato.
Andavo incontro a due ragazzi
il figlio in braccio mi dava le spalle
Loro ci giocavano e lui rideva,
gli fui davanti proprio mentre si girava,
perdonami per la durezza delle parole,
di un bambino aveva il corpo
ma il viso quello di un mostro
sotto gli occhi niente naso niente bocca
solo buchi di carne viva.

Non so se fu più forte
la pietà o forse il disgusto,
quasi correndo abbassai la testa,
ma già avevo la certezza
che di lì a poco l’avrei rivisto
per quel passaggio a me obbligato.
Persi tanto tempo nelle mie faccende
prima di andare mi augurai la loro assenza
poi via sul corridoio di marmo lucidato;
il caso me lo presentò ancora di spalle
ancora preso dai suoi giochi divertiti,
a farlo ridere così di gusto
non erano stavolta i genitori
ma un’anziana suora
distante un palmo dall’orribile viso,
vidi il sorriso di lei e le sue parole:
“ma quanto sei bello, che bel bambino sei”.

Per giorni m’accompagnò il dubbio
non riuscivo a crederla bugiarda,
poi una chiarezza si fece strada,
quegli occhi opachi di vecchia devota
guardavano un punto oltre l’orrore,
lì c’era solo un bambino che giocava.

Daniele Mencarelli (Roma, 1974), da Bambino Gesù (Nottetempo, 2010)

Questa poesia per me è quello che è in questo momento che l’ho riletta. Un foglio di carta e parole che vanno a capo? Cosa c’è di vivo in questo? Non rivive in me come uno spirito che si appropria del mio corpo. Neppure io aggiusto la poesia per riscontrarne l’esperienza nella mia vita. Mi sto arrampicando sui vetri. Non c’è cartina al tornasole che misuri ciò che avviene nel lettore (il testo è immutabile). Che avvenga qualcosa è un fatto. Il problema è suscitare invidia in chi non sente niente. Ascoltiamo intanto il ritmo: gli accenti che battono il ritmo di una quasi filastrocca. L’apparente semplicità della sintassi s’intreccia con la gravità di alcune parole (mi riferisco ai “buchi”, al panorama carsico che si distende quasi infinito che ha in sé una similitudine solo suggerita: le doline, i buchi neri). Invece di cerchiare (mettere sul podio) i momenti più profondi del testo, il verso continua, come se niente fosse. Perché così è stato per il poeta. E noi ci siamo voltati con lui alla fine, nella memoria, e abbiamo visto, nuovamente. Scrivere di qualcuno o qualcosa è amare (specularmente odiare). Non dico niente su quel lavare, sul lucido del pavimento, sui buchi, sugli occhi opachi della suora, sull’oltre, sulla fermezza marmorea di “lì c’era solo un bambino che giocava”. Solo aggiungo: in questo testo la gioia e il dolore fanno scintille, cioè illuminano (anche i buchi neri). (Francesca Serragnoli)