Chi sa s’el servirà mai a qualcossa

Chi sa s’el servirà mai a qualcossa
tuto sto vin
che vemo bivù fin desso,
se i ne darà mai un toco de carta
ch’el ne diga che semo stai bravi
che vemo fato benon
a tirarse su ste cioche
a sdrondenarse ‘l sarvel
a ingomearse ‘l stomego
a insiminirse i oci
su tuti sti speci
che i vien fora tai biceri
co’ che te ne lassi un goto
sul fondo,
a vardarghe drento fisso
sintirse manco rudinasso.

Giacomo Sandron (Portogruaro, 1979), da Cossa vustu che te diga (Edizioni CulturaGlobale, 2010)

Chi lo sa se a qualcosa servirà
tutto questo vino
bevuto fino ad ora,
se ce lo daranno mai un attestato
che ci dica che siamo stati bravi
che abbiamo fatto bene
a prenderci queste sbronze
a frastornarci il cervello
a ingarbugliarci lo stomaco
ad incrociarci gli occhi
su tutti gli specchi che vengono fuori
sul fondo dei bicchieri
quando ne lasci un goccio,
e a guardarci dentro fisso
sentirsi un po’ meno rottame.

 

 


Il quartiere è davvero chi saluti

Il quartiere è davvero chi saluti, chi scopri lasciare ombre spesse sopra i muri, come firme, sigle come impronte. Il quartiere è davvero ciò che si vede da quando l’inizio era la scuola la mattina, la merenda il pomeriggio e la paura era la sua sera. È il signore che toglie i cartelli strappati dalle facciate, che prega negli angoli come per benedirli o la zitella vestita d’azzurrino che non cammina mai sul marciapiede, come per provare a rischiare qualche volta, qualcosa di grande, di suo. Camminare qui è come trovare le parole dentro una favola che si conosce fino alla fine. Ma a volte ci si addormenta prima per non sentirla e la via è come se ti chiamasse, per nome, dalle finestre. Un nome intero, chiaro, ripetuto da qualcuno, rimasto vivo lì da sempre.

 Stefano Raimondi (Milano, 1964), da Interni con finestre (La Vita Felice, 2009)