Là ancora brusiscono

Là dove assiduo riscrive
il grillo le sudate erbe del giorno
e la cavalletta fila
affaticata la luce delle stelle,
era smemorato il sonno
sotto le travi trepide
di celesti tetti luccicanti.

Là ti addormentava
– se era vero – di tenebre
e rugiade il soffice bisbiglio
e sfavillante per abbagliate crune
ti svegliava l’oro di fili sospesi.

Tra pietre argentate
sul segreto intrico di odorosi fieni
là ti fissava – se era vero –
il muso sapiente
dell’annoso ghiro.

Là ancora brusiscono
voci che bufere di boscaglia
fervide travolsero
e hanno nelle trafitture d’addiaccio
delle notti tinnii
come di anelli trasalenti sui sordi
legni delle greppie.

Luciano Cecchinel (Lago, 1947), da Da un tempo di profumi e gelo (LietoColle – pordenonelegge.it, 2016)

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Sabbia

Tu non lo sai, ma io spesso mi sveglio di notte,
rimango a lungo sdraiato nel buio
e ti ascolto dormire lì accanto, come un cane
sulla riva di un’acqua lenta da cui salgono
ombra e riflessi, farfalle silenziose.
Stanotte parlavi nel sonno,
con dei lamenti quasi, dicendo di un muro
troppo alto per scendere sotto, verso il mare
che tu sola vedevi, lontano splendente.
Per gioco ti ho mormorato di stare tranquilla,
non era poi così alto, potevamo anche farcela.
Tu hai chiesto
se in basso ci fosse sabbia ad aspettarci,
o roccia nera.
Sabbia, ho risposto, sabbia. E nel tuo sogno
forse ci siamo tuffati.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Corpo Stellare (Marcos y Marcos, 2010)


Finiranno – si spera – le notti sveglie

Finiranno – si spera – le notti sveglie
come giorni, le sigarette a decine
spente ancora utili, i pensieri.

Deve essere così, Dino
che non servirà più restare vigili
per appigliarsi alla vita
ma che lei ci porterà a dormire
dopo averci preparati al sogno.

Spògliati, quindi, dei tuoi demoni
lasciali a terra a contorcersi e tu
non avere pietà di loro, non sentirne
mai la nostalgia
(Voglio stare solo, o una donna che…)
non conformarti alla seduzione
di ciò che appare facile, lotta
sii ribelle al vuoto.

Naike Agata La Biunda (Catania, 1990), da Accogliere i tempi ascoltando (LietoColle – Pordenonelegge, 2017)


In alto fino al sonno

Sembrerà strano, ma i gradini hanno
la straordinaria capacità di attrarre
il vero – il suo sapore arriva in bocca
sempre a metà scala, la sera
soprattutto, ritornando a casa,
quando salendo viene meno il fiato.
Sì, ma perché la gravità del fiato
dava ai pensieri quel concertato serio
sospeso sopra i margini del vero?

Forse perché, quando si sale, il sangue,
rimasto in basso a soccorrere le gambe,
lascia deserte le coscienziose altezze
delle mente, che anemizzate e lasche
si trasognano, dimenticano
di stare a sentinella di quel sonno
dove di sghembo sta accartocciato il vero,
che ora, distratto, si stende nel risveglio
e si apre tutto in semplice evidenza
– puro sapore la cui semplicità
stupisce, e ferma i passi e fa più grave
il fiato; e il suo corpo intero, imbarazzato
del suo peso, diventa alato sguardo
in cerca di una forma che trattenga
quell’evidenza, fino a ingolfarsi
in una macchia scura sul gradino
trovando in quella il suo unico traguardo.

E così entravo grave ma sospesa
dentro il mio stesso cuore, quella macchia
era la mappa in ombra del mio cuore
che io dovevo leggere e indagare,
che mi chiedeva, pur senza che io capissi,
di restare, che io restassi lì a guardarla,
restassi lì, dentro l’intimità
di quel sapore, dentro quell’ombra, arresa,
finché il mio nuovo fiato
non mi portasse via
su in alto fino al sonno.

Patrizia Cavalli (Todi, 1949), da Datura (Einaudi, 2013)


Nella boscaglia

Balugina ancora a tratti
la strada maestra fra gli alberi
con le sue luci bianche i rettifili
d’ogni giorno ogni ora e scompare.
Boscaglia adesso e fremiti di bestia.
È che a volte bisogna scartare
di lato gettarsi tra i rovi
rimettersi in cammino fuori via
per non morire. Nelle stazioni
di sosta tra vampe di neon
cecchini e benpensanti vegliano
scrutano gli arrivi,
montano e smontano lesti
fucili perfettamente ingrassati.

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Corpo stellare (Marcos y Marcos, 2010)


la litania dei casi recitata al ginnasio

la litania dei casi recitata al ginnasio
s’è fatta prognosi postuma dei giorni:
se tutto sommato poco frequentati
– anche colpevolmente, lo ammetto –
i primi due,
tra dativo e accusativo invece
s’è consumato il maggior tempo.
Seguiti dal vocativo
per veglie albe notti,
preghiere a volti muti, ascolti
sempre in duplice tensione:
rivolto altrove e ad altri
o nell’attesa di una chiamata.
Ora vivo all’ablativo

 

Enrico Testa (1956, Genova), da Ablativo (Einaudi, 2013)


Gea

Come sono i tuoi fondali?
E dove si incontrano le correnti del tuo mare?
Quanti satelliti hai?
E quando si compiono le tue eclissi? (eclissi totali?)
Di cosa si alimenta il tuo sole?
Dove sono i tuoi ghiacci?
Lo sai che ho un giacimento nascosto d’oro bianco?
(nemmeno io ho ancora scoperto dov’è)
Lo senti il lavorio degli insetti nei prati?
Hai una foresta di querce?
Il tuo clima è abbastanza mite per i pini marittimi?
Ho una magnolia gigante, sai?
Potrei sapere dove vive il tuo animale più raro?
Ti va di ascoltare il mio silenzio?
Credo di aver visto uno stormo di gru cenerine
riempire il tuo cielo – migravano, vero?
Ascolta, le rondini lanciano gridi altissimi dentro i miei tramonti
(diventano un po’ matte la sera)
Il tuo mondo ha grandi città?
Posso venire per un’estate intera sulla tua spiaggia di sassi bianchi?
Ti piacciono i miei scogli?
Scogli rossi.
Ci tuffiamo da qua?

Alessandra Racca, da L’amore non si cura con la citrosodina (Neo Edizioni, 2013)